Le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale richiesero la responsabilità delle orribili atrocità commesse dalle potenze dell’Asse. Sebbene punire ogni individuo coinvolto fosse impossibile, le forze alleate decisero di perseguire i leader chiave per garantire una certa misura di giustizia. Ciò portò ai processi di Tokyo, un tentativo controverso ma necessario di affrontare la portata dei crimini di guerra commessi dal Giappone imperiale.
La portata delle atrocità nel Pacifico
La Seconda Guerra Mondiale rimane il conflitto più mortale della storia umana, causando decine di milioni di vittime. La brutalità fu particolarmente acuta nel Teatro del Pacifico, dove l’Impero del Giappone si impegnò in violenze sistematiche, inclusi omicidi di massa, torture e stupri.
Alcuni degli incidenti più noti includono lo stupro di Nanchino del 1937, dove i soldati giapponesi uccisero centinaia di migliaia di civili e violentarono sistematicamente decine di migliaia di donne. La Marcia della morte di Bataan ha visto 78.000 prigionieri costretti a marciare per 66 miglia in condizioni orribili, provocando la morte di migliaia di persone a causa della fame, della brutalità e delle esecuzioni. L’attacco a sorpresa a Pearl Harbor nel 1941, lanciato senza dichiarazione di guerra, costituì un’altra violazione delle norme internazionali.
Questi eventi, tra innumerevoli altri, crearono per gli Alleati l’imperativo morale di ritenere responsabili i leader giapponesi.
Istituzione del Tribunale di Tokyo
Gli Alleati decisero di concentrarsi su funzionari politici e militari di alto rango, creando il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente (IMTFE) sotto l’autorità del generale americano Douglas MacArthur. L’IMTFE ha riunito giudici di 11 nazioni alleate, tra cui Stati Uniti, Australia, Cina, Francia, India, Paesi Bassi, Unione Sovietica e Gran Bretagna.
I processi si basavano su tre categorie di accuse:
- Classe A: Crimini contro la pace (condurre una guerra aggressiva).
- Classe B: Crimini di guerra tradizionali (violazioni delle leggi di guerra).
- Classe C: Crimini contro l’umanità (violenza sistematica, riduzione in schiavitù, ecc.).
Per facilitare il procedimento giudiziario, furono create nuove accuse appositamente per questi processi, rispecchiando il procedimento di Norimberga contro i leader nazisti. La corte ha consentito un’ampia gamma di prove, compresi documenti non firmati, e ha applicato una rigorosa “regola della migliore prova” che richiedeva la presentazione degli originali.
Principali imputati e processo
Ventotto funzionari giapponesi di alto rango furono processati, tra cui l’ex primo ministro Hideki Tojo, il ministro degli Esteri Koki Hirota e il generale Iwane Matsui, collegato al massacro di Nanchino. L’accusa ha sostenuto la responsabilità del comando, ritenendo i leader responsabili delle azioni dei loro subordinati. Per garantire una condanna, la corte ha richiesto la prova che i crimini fossero diffusi, che l’imputato ne fosse a conoscenza e che avesse il potere di fermarli, ma non lo ha fatto.
Il processo è durato quasi due anni, con il caso dell’accusa che è durato 192 giorni e la difesa che ha risposto in 225 giorni. La difesa ha sostenuto che le accuse erano vaghe, che le leggi non esistevano al momento dei reati e che gli stati – non gli individui – dovrebbero essere responsabili dei crimini di guerra. Hanno anche indicato i crimini di guerra degli Alleati come controargomentazione.
Dissenso e polemica
La corte ha emesso il verdetto dopo quindici mesi, dichiarando colpevoli tutti gli imputati tranne uno. Sette furono condannati a morte, tra cui Tojo, Hirota e Matsui. Tuttavia, il procedimento è stato profondamente controverso, con cinque degli undici giudici che hanno presentato opinioni dissenzienti.
Alcuni sostenevano che l’imperatore Hirohito avrebbe dovuto essere processato, citando prove del suo diretto coinvolgimento nello sforzo bellico. Altri hanno criticato il processo definendolo parziale, condotto dai vincitori con scarsa considerazione per l’equità. Un giudice indiano arrivò al punto di chiamarla “giustizia del vincitore”, sostenendo che gli accusati venivano puniti semplicemente per aver perso la guerra.
L’eredità dei processi di Tokyo
Nonostante le controversie, i processi di Tokyo stabilirono un precedente cruciale: i leader nazionali potevano essere ritenuti personalmente responsabili di crimini di guerra ai sensi del diritto internazionale. I processi hanno affermato l’illegalità della guerra d’aggressione, il rifiuto di “eseguire semplicemente gli ordini” come difesa e il principio della responsabilità penale individuale.
A seguito del processo principale, oltre 5.700 membri del personale di rango inferiore sono stati processati per crimini come sperimentazione medica, stupro, tortura ed esecuzioni extragiudiziali. I procedimenti rimangono una pietra miliare nel diritto internazionale, definendo standard moderni per i tribunali e la responsabilità dei crimini di guerra.
